Due presenti di riguardo dei frati della SS. Annunziata al Giambologna (1599)
Giambologna (Jean de Boulogne) nacque nel 1529 a Douai in Francia e si stabilì nel 1553 a Firenze, dove portò a compimento, come scultore, una splendida carriera illuminata da grandi opere e onori da parte della casa regnante e della città.
Nel 1599, ormai giunto a un’età avanzata e con la mente rivolta a realtà ultraterrene, progettò la sua sepoltura nella cappella del Soccorso della tribuna della SS. Annunziata.
“La cappella fu costruita nel 1444 da Puccio di Antonio di Puccio di Benintendi Pucci – riporta il Catalogo generale dei Beni Culturali online, riprendendo il padre Pellegrino Tonini, Il Santuario..., 1876 –, ma senza alcun tipo di decorazione, e fu donata al convento dal figlio di Puccio, Antonio nel 1550. Dopo il patronato della famiglia Dolce la cappella fu concessa al Giambologna. L’artista la decorò con un rivestimento in pietra serena e vi inserì sei statue, eseguite da Pietro Francavilla (parete di fondo) e da Pietro Tacca (parete destra e sinistra), e sei rilievi bronzei della Passione di Cristo riprodotti probabilmente dai modelli dei rilievi della cappella Grimaldi a Genova. [...]”. Nel suo insieme la cappella rimase “unica in quanto cappella sepolcrale eseguita da un artista al tempo stesso committente”.
L’intero lavoro inoltre si collegò a un progetto nato in anni precedenti – come intuì il padre Eugenio Casalini – e che interessò parti più ampie della basilica. Ne fece parte una statua della Carità presente ancora oggi ad adornare il coro della basilica.
La “porta su cui è collocata la statua è probabilmente opera dello stesso Giambologna, come è attestato dai ricordi della SS. Annunziata del sec. XVII. È opportuno ritenere quindi che i due lavori relativi alla porta del coro e alla cappella del Soccorso non possano essere separati, nonostante che il lasso di tempo intercorso tra l’esecuzione delle due opere sia stato molto lungo (il coro fu infatti eseguito nel 1594, sedici anni dopo la Carità e il portale)” (le citazioni tra le virgolette sono ancora del Catalogo Generale dei Beni culturali on line).
E sulla cappella leggiamo altri particolari scritti dal citato padre Tonini: è “tutta di pietra serena, con colonne d’ordine corintio, che sorreggono l’architrave con suo fregio e cornicione; e va a terminare in isvelta e graziosa cupoletta.
Sei storie in basso rilievo, gettate in bronzo da lui, che rappresentano i principali misteri della Passione di Nostro Signore, adornano intorno intorno le pareti a guida di quadretti: e sopra in tante nicchie, altrettante statue, delle quale due sole però sono di marmo, e son quelle situate nella parete a tergo dell’altare, esprimenti la Vita attiva e la Vita contemplativa ” ...
Anche il bellissimo crocifisso di bronzo fu “di sua mano come il tabernacolo della devotissima immagine della Madonna del Soccorso, a lui donata da Paolo Falconieri”.
Nelle pareti laterali inoltre il Giambologna “dette luogo a tavole dipinte, l’una da Giovanni Battista Poggi” (la Natività), l’altra dal Passignano (la Resurrezione di Nostro Signore). Di faccia la Pietà fu commissionata a Iacopo Ligozzi e la volta dipinta da Bernardino Poccetti.
Sotto la Pietà il Giambologna fece collocare il proprio sepolcro: “e sopra l’urna di marmo nero, mezzo internata nel muro, posò due genietti decumbenti con facella funerea, che lavorò egli stesso in marmo bianco. Volle poi che la sepoltura fosse comune a tutti gli altri suoi connazionali, che le belle arti della scultura e dell’architettura avessero esercitato”.
L’insigne artista morì il 13 agosto 1608. Il 4 ottobre la piazza della SS. Annunziata fu adornata dal monumento equestre di Ferdinando I opera sua e di Pietro Tacca.
I fiorentini dapprima non apprezzarono la collocazione, come riportano i ricordi del tempo:
“... Mentre si fabbricava la base di detta statua bisbigliavano i popoli, malagevolmente sopportando, che il soddetto Gio. Bologna havessi persuaso sua altezza serenissima a fare elettioni di simil luogo per detta statua. Ma poiché fu vista, e la base e la statua accomodata nel proprio luogo, si cangiorno le mormorazioni in benedizioni, affermandosi da molti, che il luogo per detta statua riusciva proporzionato, e che apportava ornamento e bellezza a sì bel teatro, qual era la piazza della Santissima Nunziata” (trascritto nel mio Passi brevi nel Seicento).
Gli stessi frati della SS. Annunziata attestarono la loro stima al Giambologna, come si può leggere in due note del 1599 di un giornale di mano di fra Adriano Mannozzi – erano priori conventuali fra Bernardino e dal giugno fra Felice Fumanti.
Si tratta di due piccoli ma significativi fatti così annotati:
10 aprile 1599. “A spese di casa. lire dieci tanti spesi in dua capretti, quali si mandorono uno a Gianbolognia e uno a Domenicho Caldonaio, secondo il solito, che lire nove e meso ne’ capretti, comprati in Merchato Vechio, e soldi dieci a quelli che gli portorono l. 10”.
“A dì detto [I giugno 1599]. A spese di casa lire quattro in duo p(ar)ti di piccioni grossi per presentare al signor Gianbologna per commessità del r(everendissimo) p(adre) p(riore) l. 4”.
Nella prima nota è citato un altro benefattore della basilica: Domenico di Lorenzo di Pietro Bucherelli detto il Cialdonaio da Rovezzano († 27 marzo 1608) che con suo testamento del 1604 fece un cospicuo lascito per la costruzione dell’organo detto Ravani (1628) – da collocarsi dirimpetto all’altro di Domenico di Lorenzo da Lucca (1521) – e assicurò 16 scudi l’anno di rendita a fra Mauro Matti musicista (1549-1621). Il figlio chiamato Dionisio fu un religioso del convento (P. Piccardi, Organi e cialdoni), deceduto nel 1616.
Tanta liberalità di artisti e cittadini è spiegata anche dal fatto che i religiosi del santuario di allora furono uomini illustri di teologia, di scienza, di letteratura, di arte e di devozione.
Siamo infatti al tempo del padre generale Angelo Montorsoli († 1600), filosofo e teologo che nel 1588 volle appartarsi dal mondo e si chiuse in una sua cella nel convento della SS. Annunziata. Nel 1596 scrisse una Lettera spirituale di gran valore ascetico e nel 1597, per obbedienza, accettò la carica suprema dell’ordine. Fu degno successore del padre teologo e professore Lelio Baglioni († 1620) che, per citare solo una sua beneficienza, nel 1593-94 fece restaurare e ampliare il convento di Montesenario.
Paola Ircani Menichini, 5 giugno 2026. Tutti i diritti riservati.
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